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Assistenza domiciliare Alzheimer. Mio papà…ho commesso un errore.

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Riceviamo un commento da un nostro Cliente e volentieri lo pubblichiamo (con tutti nomi di fantasia ovviamente) affinché possa essere di aiuto e conforto a molti di voi. Vedete, non siete gli unici ad aver commesso errori in questo campo di Assistenza Domiciliare.

 

Ho commesso un errore, confesso.

Mi chiamo Mario ho 56 anni e vivo a … Mio padre ora ne ha 92. Sta bene per la sua età, dicono i medici. Che poi, detto tra noi, significa che non sta bene per niente.

Prende 200 pillole ogni santo giorno, non controlla sempre i suoi stimoli, si scorda le cose (no, non è ancora Alzheimer ma poco ci manca e se le scorda lo stesso), mangia poco dorme meno, soffre un po’ d’asma e mi chiama dieci volte al giorno, Anzi mi chiamava dieci volte al giorno, ma questa è un’altra storia.

Cinque anni fa ho deciso, sì ho deciso io, che dovevo dargli un’assistenza domiciliare.

Gestisco una piccola impresa di ristrutturazioni (siamo in quattro mica 100 e io lavoro come gli altri. Insomma non sono ricco ecco). Assumo persone spesso però. Nel mio lavoro vanno e vengono. I miei fratelli e le mie sorelle trovavano naturale che alla badante ci pensassi io. Che ci vuole penso anche io.

E viene Irina. Sembra un secolo ma sono solo cinque anni fa. A me dà l’impressione di essere competente e onesta. Mio padre non ne vuole sapere. Va ancora in bici e cucina meglio di me. Ma il medico mi dice che già si vedono i primi sintomi della “degenerazione cognitiva”. Chissà che vuol dire penso ma non mi piace. Insomma meglio cominciare subito con l’assistenza così si abitua, prima di perdere il contatto con la realtà E così faccio. Mio padre non mi parla per un mese.

Poi Irina scappa via. Dice che papà l’ha toccata e se non ci denuncia è perché io sono una brava persona. Non le credo. Papà è mortificato e spergiura che non è vero. Siamo da capo a dodici senza assistenza e con mio padre sempre più ostile.

Chiedo in giro. Alla fine mi aiuta il mio medico.

Dice di conoscere una che più di una volta ha risolto il problema ai suoi pazienti. La chiamo, sembra gentile. Mi mette in contatto con Cristina, sua cugina. O meglio dice a me che è sua cugina. Scoprirò che non si conoscono e che si è fatta dare dei soldi. Ma lo scoprirò tardi. Cristina è pure una brava donna e una badante in gamba. Ha una situazione familiare complessa. Io mi affeziono anche ai suoi problemi. Diventa quasi una di famiglia. Spesso, quando vado a trovare papà, parliamo di lei, dei suoi figli. Mi fa piacere aiutarla.

Arriva il giorno in cui mi chiede in prestito dei soldi.

Sono perplesso ma glieli do lo stesso. A scanso di equivoci me li ridarà tutti fino all’ultimo centesimo.

Con calma ma me li ridarà. Solo che, dopo qualche mese, mi rendo conto che mio padre è il terzo, forse il quarto dei suoi pensieri dopo i debiti, suo figlio e quell’ubriacone di suo marito (sono parole sue, non mie). Non so cosa fare. Mi sembra un’amica e di trattarla male o di rimproverarla quando (raramente sia ben chiaro) trascura qualcosa proprio non mi viene. È con sollievo che accetto il fatto che se ne vada via.

Anche se quasi da un giorno all’altro, anche se non ha ancora estinto del tutto il suo debito (lo farà come detto. È una donna sana e onesta Cristina e le voglio ancora un po’ di bene).

Ma io sono ancora senza badante e sono passati due anni e papà non può stare da solo.

Cristina, dalla Romania, mi manda oltre ai soldi una sua conoscente, Mariana. Mariana dura da noi meno di un anno. Papà è peggiorato ed è diventato anche un po’ pesante. Non ho fatto l’errore già commesso con Cristina e non mi sono mostrato amichevole. Mariana, a Natale quando ha deciso di tornare al suo Paese, me lo ha pure rinfacciato. Erano passati poco più di otto mesi. Ho barattato con lei qualche giorno in più fino alla metà di gennaio in cambio di un piccolo regalino in denaro.

E siamo alla quarta badante. Mio padre mi tempesta di telefonate. Non vuole più saperne di stare solo. Arriva Amita lei è indiana, hai visto mai. Un’altra filosofia di vita; un diverso approccio alle cose del mondo. Ecco, appunto. Troppo diverso. Dopo due mesi siamo ai ferri corti.

Mi fermo e rifletto. Dov’è che ho sbagliato?

I contratti me li ha fatti il CAF come le buste paga. Ho sempre pagato regolarmente. Sono una persona per bene. La mia famiglia ha sempre trattato con rispetto queste povere donne che si sacrificano per i nostri genitori. Delinquenti non ne ho preso perché un po’ mi intendo di persone: ma allora dove ho sbagliato?

Alla fine mi sono rivolto a loro di Assistere qui a …

Sono una cooperativa di assistenza domiciliare agli anziani. È il loro lavoro. A conti fatti spendevo prima come ora, qualche euro in più. Hanno voluto conoscere prima me, poi papà e la casa e la famiglia. Ma che è dicevo io? Poi ho capito. Hanno scelto Mihaela.

Dopo un mese non ha retto alla guerra che papà le ha condotto, senza tregua. Senza drammi, hanno cercato di capire cosa ci fosse che non andava. Mihaela è ora ad assistere una signora di 80 anni affetta da morbo di Alzheimer. È lì da oltre un anno e mezzo. Si sono trovate. Mi fa piacere.

Da papà è arrivato Sebastian, un uomo.

Era la scelta migliore ma io non ci avevo mai pensato anzi ero stato proprio io a chiedere che fosse una donna ad accudire mio padre. Ora è da quasi tre anni che vive anzi, lavora da noi.

Eccolo lì l’errore più grande: quello di badante è un lavoro, non una missione. Queste donne, questi uomini lavorano per noi, per i nostri genitori e come tali vanno rispettati. Diventare loro amici è bello ma non fa bene all’assistenza se si è anche datori di lavoro.

Se sono persone per bene (e in questo io ringrazio sempre Iddio e… Anche la cooperativa va, perché io ho incontrato sulla mia strada solo persone per bene. Non è sempre così, fidatevi) saranno capaci non solo di accudire i nostri cari con professionalità ma anche con amore. Se riceveranno rispetto daranno rispetto. Ma non si può confondere lavoro e amicizia: è una cosa difficilissima da fare in tutti i campi ma in questo ancora di più.

Ora è più facile gestire il rapporto con Sebastian: io solo il figlio di … E non anche chi paga gli stipendi, chi porta le buste paga, la persona con cui lamentarsi. Insieme gestiamo le cose di papà, i suoi ritmi, le sue cure. Lui è un professionista serio mi consiglia e mi aiuta anche nella gestione di miei comportamenti verso la sua malattia. Poi, per tutto il resto, ci pensa la cooperativa. Come dire: a casa mia lavorano in due. Sebastian con papà, la cooperativa con lui e con noi della famiglia. Ci sentiamo coccolati quasi.

Assistenza Domiciliare Alzheimer? Tutto rose e fiori? Macché: problemi ce ne sono sempre ma vuoi mettere che a risolverli non sei mai lasciato da solo?

Fare da soli non conviene sempre. In questo caso, in questa delicatissima situazione in cui ci va di mezzo la salute dei propri genitori, non conviene per niente. Io ho commesso un errore. Voi, se volete un consiglio non fatelo: fatevi aiutare.
Mario

Ps. Ora papà ogni tanto si scorda di chiamarmi.

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